Ricostruzione della caduta del fascismo a opera dello storico Luca Tadolini

Reggio Emilia Luglio 1943, il corto circuito della Caduta del Fascismo, l’antifascismo inizia sparando sugli operai delle Reggiane. “Il nemico ha iniziato questa notte l’attacco contro la Sicilia” (Bollettino di Guerra trasmesso l’11 luglio 1943)La notte fra il 9 e il 10 Luglio 1943, con lo sbarco in Sicilia, inizia l’invasione dell’Italia da parte delle forze angloamericane. Gli Italiani hanno sedici divisioni sparse per il suolo metropolitano, mentre le altre trentaquattro sono schierate in Francia e nei Balcani. Gli Angloamericani lanciano contro la Sicilia 2275 navi di trasporto, 280 navi da guerra, 1800 mezzi da sbarco e 150.000 soldati della VII Armata USA, comandata da George Patton, e della VIII Armata inglese, guidata da Bernard Montgomery.A Roma la crisi militare diventa subito crisi politica.Il 19 Luglio, a Feltre, Mussolini incontra Hitler, che chiede un deciso impegno militare in Sicilia come condizione per l’invio di importanti rinforzi tedeschi. Lo stesso giorno Roma viene bombardata. Il 22 Luglio cade Palermo.La sera di sabato 24 Luglio si riunisce il Gran Consiglio del Fascismo. Alle 2.40 del mattino seguente viene approvato l’Ordine del Giorno presentato da Dino Grandi, Presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, che prevede “l’immediato ripristino di tutte le funzioni statali attribuendo alla Corona, al Gran Consiglio del Fascismo, al Governo, al Parlamento, alle Corporazioni i compiti e le responsabilitàstabilite dalle nostre leggi statali e costituzionali”; inoltre si invita il Capo del Governo, Benito Mussolini, a chiedere al Re di “assumere  – con l’effettivo comando delle Forze Armate di terra, di mare e dell’aria, secondo l’articolo 5 dello Statuto del Regno – quella suprema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a Lui attribuiscono e che sono sempre state, in tutta la storia nazionale, il retaggio glorioso della nostra Augusta Dinastia di Savoia”. (A. Tamaro,  Due anni di storia)Alle ore 17 del 25 Luglio, Mussolini si reca a Villa Savoia per riferire a Vittorio Emanuele della seduta del Gran Consiglio; il Re chiede al Duce le dimissioni da capo del governo. All’uscita viene arrestato dai Carabinieri e portato in caserma a bordo d’una ambulanza.È il colpo di stato deciso dalla Monarchia fin dal gennaio 1943, che si avvale di persone quali il Duca Acquarone, Ministro della Casa Reale, “ingegno fertile, abilissimo negli affari, di pochi scrupoli”, il generale Ambrosio, Capo di Stato Maggiore, e il Maresciallo Badoglio, “l’uomo della situazione”, come ha detto il Re a Mussolini a Villa Savoia.Alle 22,45 viene trasmesso via radio il seguente messaggio: “Sua Maestà il Re e Imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di Capo del Governo, primo Ministro Segretario di Stato, presentate da Sua Eccellenza il Cavalier Benito Mussolini ed ha nominato Capo del Governo, Primo Ministro, Segretario di Stato Sua Eccellenza il Cavaliere Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio”.Seguono due proclami, uno del Re, il secondo del Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio: “Italiani, per ordine di Sua Maestà e Imperatore assumo il Governo militare del Paese con pieni poteri. La guerra continua. L’Italia, duramente colpita nelle sue province invase, nelle sue città distrutte, mantiene fede alla parola data, gelosa custode delle Sue millenarie tradizioni (…)”.“La notizia delle dimissioni di Mussolini cadde in mezzo a una gente ormai così male impastata e fu accolta, dalla grande maggioranza, con soddisfazione, o con triste rassegnazione davanti ad una non meno triste necessità. Tra gli antifascisti sollevò giubilo frenetico e li fece finalmente uscire come scalmanati, nelle piazze e nelle strade. Però quella sera le grandi masse non si mossero e non soltanto perché la notizia s’era propagata tardi. Le dimostrazioni, che si svolsero subito nelle città maggiori, ma dovunque piccole folle, nelle quali naturalmente i nuovi propagandisti vollero vedere “il popolo”. (A, Tamaro, cit.)Anche Reggio Emilia non vede importanti manifestazioni dopo il radiomessaggio delle ventidue e quarantacinque: “i reggiani in tutta la provincia nonostante la serata calda in buona parte erano già a letto per predisporsi ad un’altra settimana di lavoro.” Fece qualche eccezione il quartiere operaio Cairo.“Stupì allora la totale assenza dei fascisti e la mancanza di ogni resistenza da parte loro. Ciò non doveva però sorprendere, perché  i fascisti erano abituati alla disciplina e a non agire mai senza ordine superiore: ne erano diretti anche quando non appariva e una volta ancora si confermò che la disciplina era utile Stato (…) Quella stessa sera (25 Luglio 1943, ndr.)  camicie nere armate ed inquadrate ce ne erano molte nelle caserme e vicino a Roma: ce ne erano fra Roma e Tivoli un’intera divisione con carri armati donati dai tedeschi, la Littorio e allo Stadio due battaglione “M”, ma non si mossero, perché nessuno disse loro di muoversi. (…) La caduta del Duce, su cui ormai tutto poggiava e tutto si concentrava, diede ai gerarchi la profonda convinzione che tutto fosse finito e che anche per loro sonasse il si salvi chi può. In fondo i più da tempo, erano spietati critici della politica mussoliniana e molti la tradivano. Dato il momento, la pericolosa tensione dell’opinione pubblica, il generale malcontento ed il rallentamento della disciplina, anche i maggiori, i più intransigenti e gli ultimi fedeli dovettero intendere che sarebbe stato assurdo scatenare una guerra civile o correre alle armi – per difendere chi e che cosa? Nessuno quella sera sapeva che Mussolini era stato arrestato, nessuno lo pensava in pericolo, nessuno supponeva che il nuovo governo avesse già deciso la distruzione del partito.” (A. Tamaro, Due anni di storia).È la mattina del 26 Luglio 1943. Un camion condotto da un avvocato con a bordo una quindicina di persone arriva a Novellara proveniente da Reggio Emilia: “a colpo sicuro individuano Gino Gazzotti, professore di trombone, figlio del postino: lo riempiono di botte. È il turno, dopo, di Oreste Cuccolini, vecchio milite fedele. Ricevuta la sua dose, tutto sanguinante, Cuccolini alza il braccio nel saluto romano esclamando: “Sangue del Duce”; così la razione viene raddoppiata.” (R. Barbieri, Leopoldo mio fratello).Scrive il reggiano Dante Torelli, veterano di Bir El Gobi, maestro di scuola: “Chi era presente alle bestiali manifestazioni di piazza del 26 Luglio non può non avere provato disgusto per la profonda imbecillità dimostrata da quelle turbe incomposte. Come tutti i giornali dell’epoca hanno riportato, attraverso ampia documentazione fotografica, primeggiavano in quelle masse amorfe donne volgari ed una pletora di giovanissimi capitanati da qualche rottame politico d’altri tempi”. (D. Torelli, Cronache di guerra)“A Roma le dimostrazioni, sempre modeste per numero di partecipanti, scoppiarono in più parti della città, che fu molto imbandierata. Spesso si ebbe l’impressione che fossero composte in maggioranza di giovinetti, di monelli, di donne (…) Sui muri s’infittivano scritte a loro (il Re e Badoglio, ndr)  e imprecanti ai fascisti. Gruppi di giovani si affannavano a far sparire i fasci littori e gli altri emblemi del regime. (…) Anche a questa operazione ci si avventava tra schiamazzi allegri: ci si faceva buon sangue e nella distruzione non si sentiva un alito di furore rivoluzionario (…) A Milano le manifestazioni, più vaste e più numerose, ebbero carattere altrettanto festevole (…) si palesarono però alcuni tratti diversi dalle dimostrazioni romane: comparivano più comunisti, si udirono, in mezzo a molti istrioni improvvisati, veri uomini politici esporre programmi precisi (…)”. (A. Tamaro Due anni di storia).Questa è la scena cui assiste, entrando in Reggio il 26 Luglio, un distaccamento di reclute del 3^ Reggimento Artiglieria, di ritorno da Bibbiano dove si erano recate per addestrarsi: “A Reggio volavano i ritratti di Mussolini dalle finestre e si assediavano e si distruggevano le sedi fasciste con lo stesso impeto con cui gli squadristi avevano distrutto nel ’20 e nel ’21 la “Giustizia”, la camera del Lavoro”. (Reggio Democratica, 8.9.1946)Ancora, Dante Torelli descrive un’altra immagine della giornata reggiana, l’abbattimento della lapide al Martire fascista Amos Maramotti: “Avanza una turba incomposta alto levando acclamazioni al Re e canti di bandiera rossa, sventolando drappi scarlatti e il Tricolore d’Italia! Avanti popolo alla riscossa! È giorno di festa, è sagra di libertà. Dal 14 Luglio francese al 26 Luglio italiano il rapporto è breve, il motivo lo stesso; i nuovi sanculotti, su moderni autocarri, accomunati uomini e donne in informe accozzaglia, sostano all’altezza di via Andreoli. Qui comincia la ridda aberrante. Cadono i colpi sul marmo ideale ed aumenta l’emulazione idiota nella vana speranza di frantumare nella materia l’essenza che essa racchiude. La furia prosegue, tempesta di colpi il marmo ferito che schianta nel tonfo della caduta. Alte, soddisfatte grida si levano al cielo per salutare la vittoria e rimonta la folla acefala e vile e virilmente prosegue verso altre conquiste. Lontano, l’eco si spegne; a terra, frammenti che parlano al cuore, gonfiano gli occhi di lacrime! (…)” (D. Torelli,Cronache di guerra).Non solo in strada, anche negli uffici statali si compiono gesti simbolici che accompagnano la caduta del Fascismo: “Il giorno 26 Luglio mi sono recato per tempo all’ufficio dove appreso dal personale adibito alla pulizia del locale gli avvenimenti resi noti nella serata precedente. Durante le ore di lavoro del mattino, giunse l’ordine di rimuovere i quadri riproducenti l’effige del Duce. Di mia iniziativa, come del resto è stato fatto in altri uffici, eseguii l’azione di rimozione pur sapendo che tale lavoro non rientrava nelle mie normali attribuzioni”. (verbale 79^ Legione CCNN, 19.11.943).Oltre a Reggio, si svolgono manifestazioni di carattere antifascista in 26 dei 44 comuni della provincia reggiana, specie in pianura (in 23 comuni su 33), mentre la montagna rimane più tiepida (in 3 comuni su 11). Nello sgomento generale, in alcuni casi i fascisti cercano di reagire, ma si tratta di atti isolati. A Nismozza, frazione di Busana, “i fascisti si mostrano increduli e sicuri di sé”; a Poviglio un vecchio squadrista, pistola in pugno, cerca, invano, di impedire l’ingresso in Municipio; stesso episodio a Rio saliceto, dove Alberto Scaravelli, membro del Direttorio fascista, difende la sede fascista armato di una pistola, a Correggio, per alcune ore si barricano nella Casa del Fascio Quirino Codeluppi ed il suo giovane segretario, nel tentativo di distruggere i carteggi del  partito  prima dell’irruzione della folla; a Salvarano, frazione di Quattro Castella, i fascisti tentano di far cordone davanti alla loro sede, ma vengono travolti.Casi sporadici a fronte di un partito che sembra dissolto nel nulla. La maggioranza resta attonita, cerca di capire cosa sta avvenendo, altri scendono in piazza e festeggiano, abbattendo i simboli del regime. Alcuni voltano la giubba e si improvvisano capipopolo, a fianco di militanti antifascisti, anche comunisti. Come al Villaggio Mussolini a Reggio, dove un operaio “già appartenente al P.N.F. (…) nella giornata del 26 Luglio 1943 ha capeggiato una masnada di irresponsabili recandosi nelle abitazioni dei fascisti ed esponenti del Partito della zona ove risiede, manomettendo le case, distruggendo quadri ed effigi, portando di conseguenza il terrore nelle famiglie. (…)” Ecco come il protagonista descrive la sua azione: “nella mattinata del giorno 26 Luglio 1943, di mia iniziativa e col seguito di un gruppo di operai dimostranti, mi recai all’abitazione dello stradino del Villaggio A. Mussolini da me conosciuto come squadrista animato da profondo sentimento fascista. Appreso dai famigliari che lo squadrista non era in casa, mi introdussi nel suo domicilio col deliberato proposito di distruggere un quadro che credo riproducesse un gruppo di squadristi (…) distruzione che operai sul davanzale della finestra. Suggestionato dagli uomini che mi seguivano, ho commesso altra azione vandalica nell’abitazione di altro fascista, pure dimorante nel Villaggio A. Mussolini (…). Il reggiano aggiunge “di essersi presentato presso altre abitazioni appartenenti a fascisti (…) dove le distruzioni furono commesse dal gruppo di dimostranti che mi seguiva”. (Questura Re 19.11.1943)Anche ad Albinea il medico condotto ex segretario del Fascio guida gli “elementi antifascisti” che “assalgono la sede del Fascio”. Il giorno seguente avviene anche il “grave ferimento subito dallo squadrista Cavalli Elmo da Borzano ad opera del comunista  (…) il Cavalli si è rimesso dopo il 17 giorni”. (PFR Albinea  21.11.1943).Come si è detto, i movimenti principali furono in Reggio, dove fin dalla prima mattina del 26 esponenti del Partito Comunista si attivarono per inserirsi tra la popolazione e guidare le prevedibili manifestazioni. Ecco l’azione del comunista Aldo Magnani: “la mattina del 26 prima che gli operai iniziassero il lavoro ero davanti alle Reggiane per incontrare compagni e simpatizzanti, coi quali concordare il da farsi per invitare le maestranze a manifestare per le vie della città. Con un gruppo di operai mi recai al Calzificio Bloch sempre allo stesso scopo, poi mi portai in centro. Qui le masse popolari già si riversavano spontaneamente nelle piazze (…), giungevano dalla periferia colonne di operai  (…) alla testa si trovavano comunisti già noti, come Azzolini, Pedroni, Arrigo Nizzoli, Scanio Fontanesi, Gino Ruozzi ecc. In via Roma, mi unii alla colonna delle Reggiane (…). La presenza dei comunisti  fra i dimostranti valse a dare un orientamento ad un obiettivo concreto alla manifestazione: fine della guerra e liberazione immediata dei detenuti politici. Le colonne dei dimostranti vennero convogliate davanti alla Prefettura ed alle Carceri di S. tommaso, Qui erano disposti cordoni di soldati a protezione. Essi furono superati dalla grande pressione delle masse. Davanti al Palazzo del Governo, porte e finestre erano ermeticamente chiuse. I manifestanti chiedevano a gran voce libertà per i detenuti politici. Alcuni operai arrampicandosi su per le inferiate delle finestre raggiungevano il balcone ed abbattevano l’emblema del regime. Nel frattempo Padre Placido (guardiano del convento dei Capuccini, ndr) si offerse subito di recarsi dal Prefetto. (…) Uscito Padre Placido ci recammo al carcere giudiziario ove i manifestanti, guidati da Attolini, continuarono la loro pressione. Quando la manifestazione stava già diventando tumultuosa, finalmente, apparve nella porticina del carcere Padre Placido. Con lui c’erano Paolo Davoli e altri detenuti (…) Poi manifestanti si incamminarono verso la sede della Federazione fascista, in via Cairoli. Là un forte schieramento di Bersaglieri e Carabinieri, in assetto da guerra e con una mitragliatrice, sbarrava l’accesso da tutti i lati. In un primo momento alcuni fascisti apparvero al balcone. Forse non avevano ancora coscienza di ciò che stava accadendo, poi, alle urla ed fischi della folla, si ritirarono ed abbandonarono di nascosto la sede”. (A. Magnani, Ricerche Storiche n.1 1967)Dal carcere cittadino di S. Tommaso vengono liberati 26 detenuti politici, fra cui altri elementi comunisti. È un’azione politica che si differenzia dalle altre manifestazioni, di carattere improvvisato, che vedono reggiani sventolare bandiere italiane con lo stemma sabaudo, magari sempre  dedicandosi all’abbattimento di insegne e simboli fascisti.La presenza di militanti antifascisti, collegati specialmente al Partito Comunista, è dietro la maggioranza delle aggressioni ai fascisti reggiani che si verificano in provincia. A Novellara : “28 Luglio (…) Continuate anche stamane botte ad alcuni, altri aspettano. Brutti tempi”. ( R. Barbieri, cit.) “Vari elementi antifascisti mi facevano la caccia, appostamenti, minacce”, lamenta lo squadrista Capo Stazione del tratto Reggiolo – Guastalla”.Nessun fascista reggiano, però, viene ucciso. I pestaggi di fascisti che avvengono dopo il 25 Luglio non si svolgono durante tumulti con la partecipazione popolare, ma sono il risultato di spedizioni punitive di gruppi di attivisti antifascisti. Avanguardie politiche che agiscono in mezzo ad una maggioranza di popolazione che preferisce attendere, neutrale, gli sviluppi della situazione. In queste giornate la presenza dei partiti politici antifascisti non comunisti è solo simbolica, come ammette l’avvocato Vittorio Pellizzi, di fede azionista: “all’atto del 25 Luglio, io non rappresentavo che me stesso”. Per quanto riguarda l’ambiente democratico cristiano ed il clero, all’infuori di Padre Placido, protagonista – come s’è visto – della liberazione di detenuti, “nessun militante e nessun religioso, nessun laico o religioso di quel movimento (cattolico, ndr) si affacciò, anche a titolo personale, scendendo in mezzo alla popolazione festante.” (V. Pellizzi, Ricerche Storiche, n. 1, 1967).La sera del 27 Luglio esponenti della famiglia antifascista Cervi arrivano a Campegine con alcuni bidoni del latte pieni di pasta. La minestra viene offerta agli abitanti per festeggiare la caduta del Duce.L’attenzione del Partito Comunista si rivolge subito verso un obiettivo: le O.M.I. Reggiane. Si tratta della maggiore industria reggiana, con oltre 11.000 addetti, che produce aerei militari. Dalle Officine, disposte su un terreno di 600.000 metri quadrati, escono i bimotori da combattimento Caproni CA 401, i bimotori da bombardamento Piaggio P32 bis, monomotori da caccia e intercettazione RE 2000. All’interno la cellula comunista, rimasta in sonno con i fascisti al potere, si attiva, rinforzata dal militanti liberati il giorno 26 dalle carceri reggiane.”Ma intanto il 26 Luglio veniva affisso in tutto il Paese un manifesto che proclamava, senza usare la frase, lo stato d’assedio e imponeva il coprifuoco al tramonto all’alba: il primo non più visto in Italia da oltre trent’anni, il secondo, cosa nuovissima e mai conosciuta nella storia del Regno”. (A. Tamaro, cit.)Nel suo secondo proclama Badoglio avvisa gli Italiani che “non è il momento di abbandonarsi a dimostrazioni, che non saranno tollerate. (…) Sono vietati gli assembramenti e la forza pubblica ha ordine di disperderli inesorabilmente”. Nella stessa data, il Capo di Stato Maggiore di Badoglio, Mario Roatta, invia una Circolare alle truppe dal contenuto inequivocabile:”1) nella situazione attuale, col nemico che preme, qualunque perturbazione dell’ordine pubblico, anche minimo e di qualsiasi tinta, costituisce tradimento e può condurre, ove non represso, a conseguenze gravissime. Qualunque pietà e qualunque riguardo nella repressione sarebbe pertanto un delitto.2) Poco sangue versato inizialmente risparmia fiumi di sangue in seguito. perciò ogni movimento deve essere inesorabilmente stroncato in origine.3) Siano assolutamente abbandonati i sistemi antidiluviani quali cordoni, gli squilli, le intimazioni e la persuasione e non sia tollerato che i civili sostino presso le truppe o intorno alle armi in postazione.4) I reparti debbono assumere e mantenere sempre grinta dura e atteggiamento estremamente risoluto. Quando impiegati in servizio di ordine pubblico, in sosta od in movimento, abbiano il fucile a pronti e non a bracciarm.5) Muovendo contro gruppi di individui che turbino l’ordine pubblico o non attengano alle prescrizioni dell’autorità militare, si proceda in formazione da combattimento e si apra il fuoco a distanza anche con mortai e artiglieria senza preavvisi di sorta, come se si procedesse contro truppe nemiche (…).6) Non è ammesso il tiro in aria. Si tira sempre a colpire come in combattimento (…).”Scrive il Tenente Pilota Gioacchino Pelliccia, di servizio all’aeroporto di Reggio Emilia: “E venne il 25 Luglio 1943! Io che vivevo fuori dalla vita politica, pensai che non fosse male che, durante la guerra, la direzione del Paese passasse nelle mani dei militari; rimasi sdegnato nel vedere masse di facinorosi  (operai delle Officine Reggiane) che laceravano la Bandiera tricolore per sventolare solo il rosso – per me, Italiano, è stato un vero pugno nello stomaco”.Il giorno 28 Luglio i comunisti iniziano a diffondere alle Reggiane la parola d’ordine “Basta con la guerra, i Tedeschi in Germania”, con l’intendimento di “far sfilare le 12.000 maestranze per le vie della città” (G. Magnanini Regime Badoglio a Re). L’operazione funziona e gli operai iniziano ad abbandonare in massa i posti di lavoro e ad uscire dagli stabilimenti.In quelle ore a Reggio dovrebbe essere già avvenuto il passaggio del comando dal Prefetto alle autorità militari: in realtà la situazione viene seguita di concerto dal Prefetto, dal Questore, dal Comandante dei Carabinieri e dai militari che decidono di presidiare la Prefettura, il Carcere e le OMI Reggiane.Alle Reggiane, dove gli operai stanno abbandonando i posti di lavoro, viene fatta affluire una formazione di Bersaglieri che si schiera davanti alla fabbrica, piazzando una mitragliatrice. Bersaglieri e operai vengono immediatamente a fronteggiarsi. Seguono momenti di confusione, drammaticamente interrotti da una raffica di mitragliatrice che lascia sul terreno 9 operai morti e almeno 29 feriti. Rimangono uccisi Antonio Artioli, Vincenzo Bellocchi, Nello Ferretti, Eugenio Fava, Armando Grisendi, Gino menozzi, Osvaldo Notari, Domenica Secchi e Angelo Tanzi.Questo avviene dopo appena tre giorni dalla caduta del Fascismo, dall’arresto di Mussolini. Il Regime fascista non aveva mai visto i Fanti Piumati schierare le mitragliatrici contro gli operai: Bersaglieri e Lavoratori erano stati protagonisti della mitologia fascista.In una settimana, nel resto d’Italia, davanti ai fucili del governo Badoglio rimarranno sul terreno 81 Italiani e altri 320 rimarranno feriti.Non è l’unica novità. Pochi elementi appartenenti ad una formazione politica minoritaria e chiusa fino al settarismo, com’era nel 1943 il Partito Comunista alle Reggiane, sono stati in grado di far partecipare ad una propria azione politica una importante comunità di lavoratori, coinvolgendola in un sanguinoso epilogo che, tuttavia, si prospetta come fonte di lotta, di vendette e di proselitismo.” 
Luca Tadolini(Centro Studi Italia)

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